“È bello questo posto, non trovi? Io ci vengo spesso a passeggiare… da solo… soprattutto quando ho avuto una giornata di merda. A volte ci vengo direttamente in metropolitana, scendo a Roma Palasport e cammino tutto intorno al laghetto. Respiro l’aria fresca, quella del tramonto è la mia preferita …lascio andare i pensieri e alla fine mi sento meglio…”
“Non siamo qui per discutere”, gli dissi interrompendo la sua divagazione.
Il suo era solo un misero trucco, si capiva benissimo. Gli serviva solo per guadagnare tempo. Ma con me non attaccava. Gli dissi che era inutile, che a me in quel momento non interessava nulla del Laghetto, del Palazzetto, del Fungo dove c’era il ristorante con una vista a trecentosessanta gradi tutto intorno, delle sue passeggiate e di tutto il resto. Non ero lì per filosofare o per una seduta di autocoscienza.
Mi accusò di essere crudele. Io crudele? Mi venne da ridere. Sì, gli risposi che forse lo ero, ma se eravamo arrivati a quel punto, era stata soprattutto colpa sua.
La sigaretta tra le mie dita si stava consumando lentamente, ne avevo aspirato il fumo giusto per qualche boccata. La portai alle labbra per un ultimo tiro, prima di lanciarla nell’acqua del laghetto dell’EUR e rompere la quiete della sua superficie piatta.
“Dammi ancora qualche minuto” mi chiese supplichevole.
Eravamo uno di fronte all’altro, distanti dal resto del mondo. Si vedevano in lontananza solo poche persone, che alle prime luci dei lampioni avevano preso le loro cose per tornarsene a casa. Rimanevano i soliti barboni, sdraiati sulle panchine di marmo o stesi sul prato, pronti per la notte che di lì a poco sarebbe calata sulla città.
“Qualche minuto?” replicai tornando a noi due “e cosa pensi di cambiare in qualche minuto? Eri così sicuro all’inizio, così tronfio della tua furbizia e delle tue capacità. Dov’è la tua sicurezza adesso? Dov’è finita?” gli chiesi ironico.
“Vorrei vedere te nei miei panni…”
Gli feci notare che nei suoi panni io non mi ci sarei mai trovato, che certi errori non li avrei mai fatti. Io ero sempre stato attento, sempre, e soprattutto non avevo mai sottovalutato le persone con cui avevo avuto a che fare.
Non replicò. In quel momento non era in grado di pensare, si vedeva lontano un miglio che aveva perso completamente il controllo della situazione. Guardava in basso lasciando andare freneticamente gli occhi da una parte all’altra, come se d’improvviso si fosse reso conto del disastro a cui lo avevano portato le sue scelte. Aveva in mano solo i pezzi di qualcosa che non controllava più, di cui non riconosceva più la giusta disposizione.
“Il tuo tempo sta per scadere” gli ricordai.
Tirai fuori il pacchetto di sigarette, ne presi una con le labbra, e ne offrii una anche a lui. Non volevo si dicesse in giro che ero un tipo senza cuore.
Lui la prese, se la portò alle labbra, l’accese e ne aspirò intensamente il sapore.
“Grazie” mi disse laconico “è buona”.
Aveva smesso da qualche anno, mi confidò, ma quella sera, quella sera poteva permettersene una. Sì, gli dissi, poteva godersela fino alla fine.
Terminò la sigaretta. La gettò in terra e la schiacciò con la punta di un piede.
Alzò lo sguardo su di me. Mi guardò fisso fino in fondo agli occhi, piegando le sue labbra in un lieve sorriso.
“Sono pronto”.
“Sicuro?”
“Sì, sicuro. Fai quello che devi fare”
In quel barlume di luce, che brillò nell’iride dei suoi occhi, sembrava aver riconquistato la sua dignità. E io ne ero contento. Non poteva cambiare nulla, ma riconoscere in lui un uomo che andava incontro al suo destino tirando fuori il petto, be’, rendeva il mio compito sicuramente meno amaro.
“Scacco matto!”
“Ma vaffanculo va’! Con te è impossibile giocare!”
Si alzò dalla sedia e si allontanò infuriato.
Era la sesta partita di seguito che perdeva.
Maurizio Bongiorno